CAPITOLO XXXIV “La decadenza di Milano”

IL  capitolo si apre con una breve considerazione di Manzoni riguardo la città di Milano, una città abbandonata al suo destino. Successivamente ritroviamo il nostro Renzo che è diretto a Milano per cercare la casa di Don Ferrante, dove è tenuta Lucia. Arrivato alle mura della città, riesce a superare le due guardie e proseguendo lungo il Naviglio s’ imbatte in un uomo. Intento a chiedere informazioni riguardo la direzione da seguire, Renzo si avvicina all’ uomo togliendosi il cappello, ma quello gli punta addosso un bastone di ferro affilato intimandogli di non avvicinarsi. L’ uomo poi se ne va e Manzoni narra che egli aveva poi raccontato di essere scappato ad un untore (Renzo). In quest’ uomo possiamo identificare la maggior parte dei cittadini di Milano non contagiati durante quel periodo , diffidenti verso gli altri e convinti dell’ esistenza degli untori, figure losche che, secondo alcuni, spargevano malattie di proposito. Renzo, proseguendo verso la strada di san Marco, incontra poi una madre circondata da fanciulli, chiusa in casa e abbandonata, che chiede a Renzo di dire a un commissario che lei si trova ancora là. Questo fatto è la prova che la solidarietà è ormai scomparsa, ognuno pensa solo a se stesso.

Proseguendo arriva in piazza san Marco dove lo colpisce la presenza di una macchina da tortura, usata appunto per torturare fino alla morte le persone  ritenute colpevoli di qualche crimine ; qui Manzoni sottintende la sua totale disapprovazione per la pena di morte, ritenendola un rimedio inefficace e d offensivo. Potremmo quindi dire che Manzoni si rivede in suo nonno Cesare Beccaria e nel suo saggio “Dei delitti e delle pene”.  Questo saggio è uno dei più importanti dell’ Illuminismo italiano, infatti in esso  viene criticato l’ uso fino ad allora lecito nei processi, della tortura come mezzo per ottenere la confessione da parte di un colpevoli. Beccaria_-_Dei_delitti_e_delle_pene,_1780.djvu.jpg

In questo scenario manzoniano vediamo gli effetti della peste che hanno provocato morti e morti, che vengono trasportati  su enormi carri trainati a fatica  da cavalli. la Provvidenza (a cui Renzo si era già rivolto innumerevoli volte) gli concede un altro aiuto e lo fa incontrare con un prete che, pur con atteggiamento di diffidenza , gli indica la strada da percorrere. Il giovane però incomincia a preoccuparsi e ad interrogarsi sulla sorte di Lucia. Egli passa allora per il quartiere più disastrato, il “carrobio”, dove assiste allo scenario più tragico. Fanno da sfondo case marchiate ad indicare la presenza di cadaveri e strade piene di corpi senza vita e vestiti; addirittura, dice Manzoni, gente con barbe lunghe poiché un barbiere era stato arrestato in quanto ritenuto un untore.

Questo fatto mette in risalto come la gente fosse facilmente condizionabile e manipolabile. Renzo, proseguendo, assiste ad un episodio commovente: una madre che consegna la propria figlia, Cecilia, defunta e ben vestita a un monatto. Questa è caricata sul carro e la madre ritorna indietro ad aspettare la morte. Renzo dopo aver assistito alla scena si rimette in cammino e giunge finalmente a casa di don Ferrante. Bussa chiedendo informazioni riguardo  Lucia, ma viene congedato e gli viene detto che lei si trova nel Lazzaretto.

IL carattere ansioso di Renzo viene fuori e riprende a preoccuparsi della sorte di Lucia. Poco dopo però viene accusato da una signora di essere un untore ed è costretto a scappare. Riesce a salire su un carro vuoto condotto da alcuni monatti. Essi sono descritti come persone schive, quasi prive di sentimenti, che si prendono gioco dei malati e dello stesso Renzo, scherzando e ringraziando l’ arrivo della peste. Questo fatto mi ha ricordato molto i due ingegneri che, in seguito al terremoto dell’ Aquila, ridevano e scherzavano sull’ accaduto, pensando al guadagno che avrebbero ottenuto con le ricostruzioni.
Renzo ,sceso dal carro, giunge al Lazzaretto. Qui si trovano i malati di peste e i pazzi, letteralmente abbandonati al proprio destino; e Renzo, colpito da tutto ciò, prosegue e  si rifugia sotto un portico. Possiamo anche dire che questo capitolo è l’ ennesima critica verso la dominazione spagnola (e anche austriaca contemporanea del l’autore)  che sfruttava l’ Italia come risorsa economica , ma che nel momento del bisogno non se ne curava e la abbandonava al suo destino.

 

 

 

 

 

 

 

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Capitolo XXIII “PERIERAT ET INVENTUS EST!”

Premetto sin dall’inizio che ritengo questo capitolo l’apice de ” I promessi sposi”, l’inizio dello scioglimento di ogni dolore e frustrazione portata ai due giovani sposi. Penso anche che riassumerlo sarebbe troppo restrittivo e perciò cercherò di spiegarvi questo capitolo dividendolo in sequenze e associando ogni sequenza a varie canzoni.

“col tuo ossigeno purgato e le tue onde regolate in una stanza 
col permesso di trasmettere 
e il divieto di parlare 
e ogni giorno un altro giorno da contare. 
Com’è che non riesci più a volare […]
Con le tue mani di carta per avvolgere altre mani normali 
Con l’idiota in giardino ad isolare le tue rose migliori 
col tuo freddo di montagna 
e il divieto di sudare 
e più niente per poterti vergognare.  ”

-“Canzone per l’estate”, Fabrizio de Andrè

Il cappellano crocifero dopo aver avuto il colloquio con il potente signore, si reca dal Cardinal Federigo per riferirgli dell’inaspettata visita.  Nonostante i continui dubbi del cappellano crocifero sull’incolumità e soprattutto la salvezza del pover uomo, è costretto dal Cardinal Federigo ad accettare di buon grado la visita e farlo entrare. Ed è cosi che ha inizio quel tormento di cui parlavo nelle righe sopra: son quegl’istanti di silenzio descritti che danno più valore ai sentimenti provati dai nostri personaggi. Come cita la frase “i due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi”, dove il caro vecchio Manzoni vuole solamente sottolineare quanto quel silenzio in realtà pesi: se da una parte Federigo attende (e spera soprattutto) una notizia del cambiamento nell’innominato, dall’altra c’è  quest’ultimo che attende solamente una parola di conforto che riesca a guarire ciò che lui da solo non riesce a gestire.

“Dove abita io non saprei 
Magari in un cuore
in un atto d’amore
nel tuo immenso io c’è Dio
potrebbe essere Dio” 
– “Potrebbe essere Dio”, Renato Zero.

“Sento un grande bisogno di credere
 La mia canzone è una piccolissima,umile,modesta
esortazione a Dio a manifestarsi, a darmi qualche risposta a domande che non credo di porre solo io”
 – “Hai un momento Dio?”, Ligabue.

I sentimenti contrastanti dell’innominato sono ormai ingestibili: la vergogna, la sottomissione, il desiderio di liberarsi da ogni peso e quella speranza lo invadono, facendolo stare in silenzio senza alcun modo di cercare parola. Il cardinale con uno sguardo gli riesce a infondere quella fiducia che serviva e ad addolcire quel dispetto. E Manzoni incastra tra le righe la descrizione fisica di quest’uomo, dandoci l’idea di un uomo buono,l puro, semplice, con una grande pace interna e con la pelle invecchiata dagli anni. Anche il cardinale si sofferma a guardare gli occhi dell’innominato per comprendere ciò che lo ha condotto lì: con prontezza si accorge che nell’innominato c’è una grave crisi interna che solo Dio può risanare. Con cortesia e con parole amichevoli, scusandosi a tratti di non essersi presentato da lui, il cardinale riesce a far sentire a proprio agio l’innominato e a farlo parlare riguardo i suoi turbamenti. Così Borromeo comincia a convincere l’innominato a liberarsi del suo peso tramite il perdono divino e la fede, nonché la parola chiave di questo capitolo, cioè la conversione. Fu così che il pover’uomo cadde in un pianto misto di felicità, liberazione, purezza che come dice Manzoni ‘che fu come l’ultima e chiara risposta’. Nonostante i numerosi tentativi dell’innominato di sottrarsi all’abbraccio del Cardinale, alla fine si arrende, sciogliendo così la tensione che si era creata con questo abbraccio, segno della speranza che hanno entrambi nel futuro.
Arrivati a questo punto l’innominato decide che il primo passo della conversione è la liberazione di Lucia, Così rivela la storia di quest’ultima al cardinale e questo, dopo essersi fatto dire il paese della povera ragazza, chiama il cappellano crocifero per chiedere se tra i parroci radunati lì si trovasse il parroco di quel paese.

“Tu sei il mio tormento io mi lamento
Ce l’ho con te ce l’ho con te

-“Lamento”, Gianna Nannini

 

E chi poteva essere lì se non don Abbondio? Viene così chiamato dal cappellano crocifero per svolgere un compito dettato da Federigo. Nonostante il suo essere meravigliato, il senso di fastidio per essere stato privato della sua tranquillità  cresce in lui inondandolo sin da subito di paura e disagio. Entrato nella stanza dove lo stavano attendendo, riferitagli la situazione , viene incaricato di recarsi al castello insieme ad una donna del paese e con l’innominato. Ma il cardinale accorgendosi della paura dell’innominato con la celebre frase “PERIERAT ET INVENTUS EST!” gli fa capire che il suo nuovo amico è convertito e che le sue gelosie sono vane, facendoglielo capire sempre tramite la parabola dei due fratelli. Nonostante questo, durante il tragitto verso il castello si crea una situazione di panico interiore di Don Abbondio. Manzoni ce la raffigura con un dettagliato monologo interiore del parroco, dove i lamenti sono molteplici (ringraziamo Manzoni di averli descritti in maniera ironica) : si pente di aver dato ascolto a Perpetua ed essere andato a quest’incontro quando tranquillamente poteva rimanersene a casa e darsi per malato se avesse saputo a cosa sarebbe andato incontro; se la prende con la mula su cui sta , perché lo terrorizza, nonostante gli abbiano assicurato che fosse sicura. Si lamenta di Don Rodrigo, che invece di fare la bella vita, molesta le ragazze. Si lamenta dell’innominato che dà fastidio sempre al prossimo e si lamenta del Cardinale che subito s’è fidato di lui. E per finire, come sempre, conclude dando la colpa a quei due sposi che lo hanno sempre messo in difficoltà e che Lucia è nata per la sua rovina. Perso nei pensieri, infine arriva al castello che lo impaurisce ancor di più dell’Innominato. Il capitolo si conclude con un fermo immagine dei 3 ‘salvatori’ che salgono le scale per dirigersi nella stanza dove è rintanata la nostra povera Lucia.

Ho scelto di accompagnare questo capitolo con delle canzoni perché l’ho trovato particolarmente difficile: e l’unica cosa che poteva aiutarmi a farmi capire meglio era la musica. Ho scelto determinate canzoni perché permettono l’attualizzazione del romanzo. Penso che l’essenza di questo capitolo sia Dio, o in ogni caso la fede, uno dei tre valori che sono presenti in questo romanzo. Come dice Renato Zero, noi non sappiamo dove possa essere Dio, potrebbe essere in un atto d’amore, o, come nel caso del nostro romanzo, in un atto di misericordia (la liberazione di Lucia).

 

CAPITOLO XXVI

Il nuovo capitolo si apre con il nostro Don Abbondio, gran “cuor di leone”, che tenta di rispondere invano alle incalzanti domande del cardinale Federigo Borromeo. Quest’ultimo infatti fa pesare al curato il fatto di non aver unito in matrimonio i due promessi sposi, ubbidendo così al volere dell’ingiustizia. Don Abbondio chiede perciò al cardinale cosa avrebbe potuto fare in quella disperata situazione, e ritrova nella risposta del suo superiore il consiglio di Perpetua: li avrebbe dovuti sposare, sapendo che poi sarebbero scappati in un altro paese per aver salva la vita; successivamente avrebbe dovuto informare di tutto ciò il vescovo, confidando che avrebbe assicurato protezione sia a lui e sia a Renzo e Lucia.

Ma la predica del cardinale non finisce certo qui. Per cercare quindi di affievolire i continui rimproveri, Don Abbondio prova a giustificare il motivo delle sue azioni. Effettivamente alla fine è stato proprio lui ad incontrare faccia a faccia i bravi e ad essere vittima delle loro minacce, per cui è troppo facile parlare non essendosi trovato nella sua situazione. Borromeo, riconosciuta la fondatezza e la sincerità in quelle parole, gli chiede inoltre se anche lui avesse commesso qualche mancanza. Don Abbondio subito ribadisce, accusando i giovani di aver approfittato di lui per aver organizzato il matrimonio “per sorpresa”. A questo punto il cardinale inizia ad approcciarsi al curato con più calma e appellandosi sempre alla Provvidenza, lo esorta a cambiare cercando in tutti i modi di proteggere il suo “gregge”. Il curato apprende a pieno le parole di Borromeo e gli promette maggiore impegno nella sua carriera sacerdotale, abbandonando il suo egoismo. Anche nel personaggio di Don Abbondio si è verificata la conversione.

Il giorno seguente donna Prassede, come previsto, giunge in paese per condurre Lucia nella casa della ricca famiglia. Nel frattempo il cardinale riceve dall’Innominato una lettera con ben cento scudi da donare ad Agnese per la dote della figlia. Ricevuta da Borromeo l’ingente somma, Agnese decide di recarsi da Lucia per comunicarle la buona notizia. La giovane però, nonostante l’entusiasmo della madre, è costretta a rivelarle il suo voto di castità fatto alla Madonna. Racconta infatti le pericolose condizioni che l’avevano portata a compiere quel gesto: “quel giorno…in quella carrozza…ah Vergine santissima!…quegli uomini!..che m’avrebbe detto che mi menavano da colui che mi doveva menare a trovarmi con voi”. Agnese comunque, appresa la disperazione della figlia, non la rimprovera, ma anzi rivela un profondo affetto materno che la rende partecipe del dramma interiore della figlia. Quest’ultima, dopo aver chiesto più volte scusa per aver tenuto nascosto il voto, incita la madre ad informare Renzo di tutto e a offrirgli metà della donazione dell’Innominato. Le due donne quindi sono costrette a separarsi nuovamente con la promessa di rivedersi l’autunno seguente: Lucia infatti sarà portata da donna Prassede a Milano,mentre Agnese cercherà di raggiungere Renzo.

 Per Agnese però trovare Renzo si rivela più difficile del previsto. Le notizie sul conto del ragazzo sono varie e contrastanti, tanto che neppure il cardinale era riuscito a ottenere informazioni sulla condizione del giovane. Fortunatamente Manzoni ci fa capire meglio cos’era successo in precedenza. Infatti, il governatore di Milano, Don Gonzalo Fernandez de Cordova, aveva protestato con l’ambasciatore della repubblica Veneta per incrementare e accrescere sempre di più le ricerche sul promesso sposo. Il cugino Bortolo, venuto a conoscenza del pericolo, era riuscito a far cambiare paese a Renzo, facendolo assumere in un altro filatoio vicino sotto il falso nome di Antonio Rivolta. Inoltre, per deviare le ricerche, aveva inventato e messo in giro false giustificazioni sulla scomparsa del parente. Tali dicerie erano poi arrivate anche nel territorio milanese, attirando così le attenzioni del governatore.

 In questo modo termina un altro avvincente capitolo ricco di continue avventure, ostacoli ed emozioni. A mio avviso, uno dei temi fondamentali su cui è basato parte del capitolo è il cambio d’identità collegato con il nostro protagonista Renzo. Il giovane infatti, pur di non essere trovato dalle guardie e pur di evitare altri futuri inconvenienti, è costretto a cambiare le proprie generalità in poco tempo. Questo modo di fare certamente si può riscontrare purtroppo anche nel mondo attuale. Si basti pensare a Salah Abdeslam, uno degli artefici degli attentati di Parigi, che per non essere preso dalla polizia ha cambiato la propria identità. Una cosa è certa: entrambi hanno dovuto fare ciò per salvarsi da una situazione di cattura e di pericolo. Questo inconveniente però non ha contribuito ad aiutare Agnese nella ricerca del promesso sposo, al fine di aiutarlo e di comunicargli il voto di Lucia. Nonostante il problema incombente, Renzo riuscirà comunque a ritrovare la sua amata scoprendo il suo amaro segreto.

Novella Massari

 

INIZI E CONCLUSIONI

Il capitolo XXXVI dei Promessi Sposi può considerarsi a buon diritto un importante punto di arrivo nel romanzo manzoniano. Al suo interno, infatti, ci sono ben due vicende che giungono alla loro conclusione: la terribile pestilenza, che dopo aver seminato la morte e il terrore sta gradualmente perdendo forza lasciando posto alla speranza di chi è sopravvissuto o in via di guarigione, e il ricongiungimento dei due innamorati, che segna l’inizio della loro nuova vita.

Il capitolo si apre con la toccante predica di padre Felice all’interno del lazzaretto, dove Renzo è giunto nella speranza di ritrovare finalmente la sua amata Lucia. Dopo fra Cristoforo e il Cardinale Borromeo, e ad ennesimo contraltare di Don Abbondio, ecco ancora una grande figura di religioso la cui altezza morale non può lasciare indifferente il lettore, come sottolinea lo stesso Manzoni: “Noi abbiamo potuto riferire, se non le precise parole, il senso almeno, il tema di quelle che proferì davvero; ma la maniera con cui furon dette non è cosa da potersi descrivere”. E anche  Renzo, pur essendo concentrato nella ricerca, tra tutti i volti sofferenti che gli si parano davanti, di quello della sua promessa sposa, non può non rimanere colpito dalle parole del frate, che giunge a chieder perdono se talvolta, a causa dell’umana debolezza, non è stato capace di servire degnamente il prossimo come avrebbe dovuto.

La parte centrale del capitolo è interamente occupata dalla affannosa ricerca di Renzo, che non sapendo più a che santo votarsi si lancia in una di quelle preghiere che solo un cuore disperato riesce a concepire. E Manzoni, come sempre, sa rendere perfettamente con le sue parole questo stato d’animo: “… e lì fece a Dio una preghiera o, per dir meglio, una confusione di parole arruffate, di frasi interrotte, d’esclamazioni, d’istanze, di lamenti, di promesse: uno di quei discorsi che non si fanno agli uomini perché [….] non son grandi abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo”. E ancora una volta quella “Divina Provvidenza”, che tutto può per coloro che confidano in lei, spianerà la strada ai nostri protagonisti.

Mentre Renzo, accortosi di aver fatto una sciocchezza nell’attaccarsi una campanella e fingendosi  un monatto, si acquatta in un angolo per sbarazzarsene, ecco che alle sue orecchie giunge quella voce che tanto aveva sperato di udire. E così assistiamo all’incontro tra i due protagonisti principali, tanto atteso. Lucia, ormai in via di guarigione, dopo aver contratto la peste, si trova in compagnia di una generosa donna, un’agiata mercantessa che, perduta tutta la sua famiglia, si è affezionata a lei e, saputo del suo voto, ha promesso di tenerla con sé sino a quando la giovane non potrà ricongiungersi a sua madre Agnese.

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F. Gonin, Renzo trova Lucia

Inizia così la parte culminante del capitolo, il climax che aprirà le porte alla felice conclusione della vicenda. Ma non sarà cosa facile: infatti il povero Renzo troppo dovrà penare per  giungere all’”happy ending”. E una volta tanto saranno  proprio la sua ostinazione e la sua impetuosità, che in passato tanti guai gli hanno causato, mediati da quel processo di maturazione che le sofferenze patite lo hanno costretto a compiere, a illuminarlo e a fargli comprendere quale è la via giusta da percorrere per far desistere Lucia dalla sua ostinazione. Mentre infatti quest’ultima si dibatte tra l’amore per Renzo e la fedeltà alla Vergine Maria, a cui si è votata in un momento di disperazione, il giovane ha un’illuminazione e corre a cercare fra Cristoforo.

E così ritroviamo, per l’ultima volta, il nostro frate che, ormai minato dalla peste, non si risparmia nel cercare di portare conforto agli ammalati, fedele al suo credo sino all’ultimo respiro. Renzo ricorre a lui speranzoso, e nel fare ciò, con una frase, esemplifica in modo magistrale la personalità di Lucia: “buona […] ma alle volte un po’ fissa nelle sue idee”. Toccherà quindi al frate, ancora una volta, aiutare i due giovani “prendendoli per mano”, e aiutando Lucia a comprendere che a Dio, e di conseguenza anche alla Madonna, si può offrire la propria volontà, ma non quella di un altro al quale ci si è promessi. Inoltre, è prerogativa di ogni membro della Chiesa avere il potere di sciogliere qualcuno da un voto fatto.

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F.Gonin , Fra Cristoforo scioglie il voto

E come il capitolo si era aperto con una figura di cappuccino di alta levatura morale, così si conclude con quella di un altro cappuccino tanto caro al Manzoni e ai suoi lettori. Il commovente addio di Fra Cristoforo è anche una sorta di “testamento spirituale” che egli lascia ai due giovani e a tutti noi. Il messaggio che vuole trasmettere è quello di confidare in Dio, e vivere la vita terrena con la consapevolezza che  la vera vita sarà quella dopo la morte: “Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero di avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre”. E dopo aver donato a Lucia e a Renzo il “pane del perdono”, quel pane che aveva definitivamente segnato il suo passaggio ad nuova vita, si congeda definitivamente con la discrezione e la modestia che hanno caratterizzato il suo personaggio nella’arco di tutto il romanzo. E alle parole di Renzo, che gli domanda speranzoso se si rivedranno ancora, risponde con due semplici e toccanti parole: “Lassù, spero”.

Fra cristoforo e renzo

F. Gonin, l’addio di Fra Cristoforo a Renzo

CAPITOLO XX

Il capitolo XX si apre con una dettagliata descrizione del castello dell’Innominato. Si trova sulla cima di una collina tra Milano e Bergamo. A valle c’è un piccolo paese che il signore domina dall’alto, rimarcando così il suo potere. Da lì lui può controllare l’intera valle e chiunque provi ad avvicinarsi al suo palazzo, poiché per raggiungerlo si deve prendere una faticosa strada, tale che nessuno può percorrerla senza essere visto. Inoltre, Manzoni precisa che non è permesso a nessuno, che non sia amico o conoscente dell’Innominato, di avvicinarsi al suo castello. Anche le forze dell’ordine ne hanno timore, da quando hanno saputo che coloro che hanno percorso  quella strada non sono più tornati indietro.

L’autore però non ci dà nessuna notizia sulla reale identità dell’Innominato, ma ci fornisce una descrizione sociale, psicologica e fisica, di un uomo autoritario e arrogante, convinto che nessuno possa essere più potente di lui.

È proprio dall’Innominato che si sta recando Don Rodrigo accompagnato dal Griso. Una volta giunti ai piedi della valle, prima di intraprendere il difficile sentiero verso il castello, arrivano all’osteria ‘’Malanotte’’, luogo dove avviene il primo controllo da parte degli uomini al servizio del criminale per controllare chi si avvicina.

Subito uno di loro, dopo aver visto i due arrivare, va a chiamare tre bravi. Un tale si affaccia, riconosce Don Rodrigo che, dopo averlo salutato, gli chiede se il suo padrone si trova al castello. Il bravo risponde di si, quindi Don Rodrigo e il Griso posano le armi (nessuno può raggiungere il castello armato) e iniziano il loro cammino nel quale incontrano altri bravi che li accompagnano dal padrone di casa. Una volta arrivati, il Griso aspetta Don Rodrigo alla porta mentre lui si avvia all’interno. Qui Manzoni ci descrive l’interno del castello: i corridoi sono bui, ogni stanza è controllata da bravi e alle pareti sono appese molte armi.

Don Rodrigo viene guidato in una sala dove aspetta il Conte del Sagrato (nome dato al personaggio in “Fermo e Lucia”), che non tarda ad arrivare. Quest’ultimo gli va incontro e lo saluta ma, nonostante i numerosi controlli fatti già dai suoi bravi, gli controlla sia le mani che il viso, per vedere se ha qualche arma in mano o qualcosa da nascondere.

Ancora una volta Manzoni, attraverso gli atteggiamenti dell’Innominato, ci fa capire la sua personalità. Con questi piccoli controlli infatti capiamo che, a causa del suo passato, essere così attento a queste cose, pensare sempre che qualcuno nasconda qualcosa, non fidarsi mai del prossimo è diventata ormai un’abitudine.

Prima dell’inizio del colloquio tra i due, Manzoni ci descrive fisicamente il personaggio: egli è un uomo alto, calvo, con i pochi capelli rimanenti bianchi, il volto con molte rughe, segni del suo passato e delle sue esperienze, che mostrano i suoi 60 anni.

La loro conversazione inizia con la richiesta di aiuto di Don Rodrigo per rapire Lucia, descrivendo l’impresa molto ardua, anche per giustificarsi del suo precedente tentativo fallito. Inoltre, gli dice che la giovane si trova nel convento di Monza sotto protezione di Gertrude. Il manigoldo , essendo amico di Egidio (criminale e amante della monaca), accetta senza pensarci due volte e congeda velocemente Don Rodrigo. Appena rimasto solo però, si sente indispettito, se non addirittura pentito, di aver accettato.

Già da un po’, infatti, l’Innominato è preso da una crisi interiore per il peso dei suoi delitti passati, che però era riuscito fino ad ora a soffocare. Questi rimorsi  gli tornano in mente ed è angosciato dal pensiero della morte, contro la quale non potrà né combattere né fuggire, facendogli nascere il timore di un giudizio individuale di quel Dio di cui lui ha sempre ignorato l’esistenza. Egli non ha mai rivelato questi pensieri a nessuno, provando anche a nasconderli mentendo a se stesso, ma proprio ora è tentato di rinunciare all’impegno preso con Don Rodrigo. Questo pensiero purtroppo dura poco: infatti, chiama subito il Nibbio, suo attendente, mandandolo a Monza per chiedere la complicità di Egidio. Il Nibbio poco dopo gli riferirà che questi ha accettato l’incarico, chiedendo soltanto che gli venga mandata una carrozza e due bravi, perché al resto penserà lui.

Egidio spiega a Gertrude il piano che deve attuare, chiedendole complicità. All’inizio, la monaca si oppone e prova a sottrarsi alla richiesta, perché le dispiace separarsi da Lucia. Tra loro si è instaurato un rapporto confidenziale e di affetto: il pensiero di farle una simile cattiveria la fa soffrire; ma alla fine accetta, sia per non rinnegare l’amore che prova per Egidio, sia perché, come ben sappiamo, non possiede una grande forza di volontà. Come da copione, Gertrude chiede un favore a Lucia: andare a chiamare il padre guardiano (così da farla allontanare dal convento e permettere il rapimento). La timorosa giovane si sottrae alla richiesta, ma la monaca, fingendosi indispettita e dispiaciuta, riesce a convincerla. Le raccomanda di non farsi vedere dalla fattoressa e, in caso, di dirle che sta andando in una chiesa. Lucia si avvia, ma all’improvviso viene richiamata da Gertrude, presa da un ripensamento per cui vorrebbe lasciare al sicuro la giovane. La monaca però non riesce a concretizzare i suoi desideri e cosi, quando Lucia torna da lei, le ripete le raccomandazioni fatte precedentemente.

La giovane esce dal convento passando inosservata e arriva sulla strada principale dove, poco più avanti, vede una carrozza ferma con due uomini accanto. Uno dei due finge di chiederle delle informazioni e, mentre gli risponde, Lucia viene afferrata per la vita da un altro uomo (il Nibbio) e messa a forza nella carrozza mentre  urla disperatamente. Nella carrozza uno di questi uomini le mette un fazzoletto in bocca in modo da non farla né parlare né urlare. Durante il viaggio la ragazza, spaventata dai volti cattivi degli uomini, prova più volte a lanciarsi giù dalla carrozza, ma i bravi la trattengono con forza e le spingono sempre di più il fazzoletto in bocca per zittirla. I tre uomini cercano di tranquillizzarla dicendo che non le vogliono fare del male; ma Lucia, pochi istanti dopo, a causa dell’ agitazione e del terrore, perde i sensi. Uno dei bravi pensa che sia morta, ma un altro lo contraddice dicendo che secondo lui si tratta di un semplice svenimento. Il Nibbio allora gli ordina di prendere i fucili e di non farli vedere alla giovane per evitare di spaventarla ancora di più, dicendogli che quando si risveglierà sarà lui a parlarle e a farla stare calma. Quando Lucia si riprende prova subito a lanciarsi di nuovo verso lo sportello urlando: allora il Nibbio la minaccia dicendole che se continuerà ancora a urlare le rimetterà il fazzoletto. Egli poi prova a calmarla parlandole pacatamente, ma i suoi tentativi sono inutili. Infatti Lucia li prega di lasciarla andare, ma il Nibbio le spiega che sta eseguendo ordini ricevuti da un uomo di cui non può rivelare il nome. Allora la giovane, sempre più disperata, inizia a pregare Dio, alternando con altre preghiere ai bravi e ripetuti svenimenti nel lungo viaggio che dura circa 4 ore.

Nel frattempo l’Innominato aspetta con ansia l’arrivo della carrozza osservando dalla finestra del castello l’arrivo del mezzo che si avvicina lentamente. Per ingannare l’attesa convoca una vecchia serva che abita al palazzo da quando è nata e la incarica di accudire e confortare Lucia una volta arrivata a palazzo, senza però rivelare il suo nome. La vecchia non sa cosa poterle dire e come darle coraggio, allora l’Innominato le consiglia di dirle quello che lei, se fosse in quella situazione, si vorrebbe sentir dire.

Così si chiude il capitolo XX, con la disperazione e la paura di Lucia, che non sa né cosa vogliono da lei né il perché, con la figura dell’Innominato che è nel mezzo di una crisi interiore ancora non risolta.

 

Manzoni sceneggiatore

L’opera dei Promessi Sposi rientra sicuramente fra i tipi di racconti che narrano l’evoluzione (o il viaggio ) di un personaggio, nel quale identifichiamo un eroe.

Ovviamente stiamo parlando del nostro Renzo. Il giovane sembra passare tutte le fasi descritte da Joseph Campbell, famoso teorico statunitense: questo studioso ha dedicato tutta la sua vita a  confrontare e studiare la mitologia, le abitudini, le religioni e tutto ciò  che poi influenza il percorso di vita delle persone come singoli individui; e ha poi delineato una sorta di percorso a tappe che porta l’uomo alla completezza.

Sulla base degli studi di Campbell, racchiusi nel saggio ‘L’eroe dai mille volti’, lo sceneggiatore Christopher Vogler ingloba nel mondo della cinematografia il viaggio dell’eroe, destinato ad essere uno schema fondamentale per qualsiasi storia che abbia l’obbiettivo di trasmettere un messaggio profondo e mirato. Ora tenteremo di fare una sorta di parallelismo fra i concetti e le tappe del “viaggio dell’eroe” in generale e il viaggio specifico di Renzo, racchiuso dal Manzoni in alcuni capitoli del romanzo.

Il romanzo di formazione di Renzo, inizia esattamente nel momento in cui lascia Agnese e Lucia per dirigersi a Milano: questa fase corrisponde al “primo atto”, ovvero l’eroe si trova nel suo ‘mondo ordinario’, ma è infelice, e qualcosa lo costringe a partire. Nel nostro caso, il giovane è costretto a fuggire verso Milano dopo il fallimento del matrimonio a sorpresa e deve abbandonare Agnese e Lucia,dirette invece a Monza,  per non farsi rintracciare facilmente da don Rodrigo e i suoi bravi. L’eroe è caratterizzato perciò da una mancanza, che lo rende oggetto di empatia agli occhi dei lettori, invogliandoli a scoprire come andrà a finire la storia.

La mancanza di Renzo è ovviamente l’impossibilità di vivere il suo amore per Lucia come vorrebbe, e l’effettiva mancanza fisica dell’amata che è distante da lui.

Inoltre, ciò che caratterizza ogni romanzo è la presenza del Need-Desire, ovvero del bisogno e del desiderio: il desiderio è chiaramente rappresentato da Lucia, il bisogno invece è quello di risolvere le questioni che impediscono il loro matrimonio.

Per quando riguarda il modo ordinario di Renzo, il ragazzo proviene da un piccolo borgo di provincia, è ingenuo e istintivo e si ritrova incerto e spaesato nel turbine confusionale della città. E proprio la città rappresenta il ‘secondo atto’, in quanto si identifica in quest’ultima il mondo straordinario, dove il personaggio si sente un pesce fuor d’acqua. In questa fase avvengono le peripezie del nostro: Renzo, giunto a Milano, si imbatte nella rivolta e quando arriva sotto la casa del Vicario, essendo in contrasto con alcuni rivoltosi, se li inimica poiché vuole proteggere il vicario e  viene scambiato per un suo servo. Ma le intenzioni di Renzo non erano di parte, in quanto non era mosso dallo spirito ribelle dei cittadini milanesi: semplicemente cercava di schierarsi dal lato più giusto, lontano dal sospettare le vere intenzioni dei nobili e la loro scarsa considerazione del popolo. Sfuggito al tumulto cerca un luogo dove trascorrere la notte e un tale gli consiglia un’osteria. Entrati i due uomini, l’oste riconosce nell’accompagnatore di Renzo uno sbirro e, allarmato, cerca di estorcere informazioni  al giovane. . Renzo, a fine serata ubriaco, fornisce il suo nome. In conclusione, viene denunciato dall’oste e arrestato; la cattura simboleggia il punto di morte, dove l’obiettivo del personaggio cade.

La mattina seguente, recuperando pian piano lucidità, riesce ad organizzare un piano di fuga.. Finalmente libero, Renzo cerca di raggiungere Bergamo e suo cugino Bortolo. Ed è proprio in questo punto, quando passa la notte nel bosco, immerso nelle sue angosce e nelle sue speranze, abbandonandosi sempre alla Provvidenza, che il lettore si accorge della sua evoluzione da ragazzo semplice ed ingenuo ad uomo ragionevole e coraggioso. È il punto di massima tensione; il ragazzo sta per disperare e solo con l’aiuto della grazia e della ragione di vita riesce a superarlo. Ma l’aiuto più vero consiste nella forza che Renzo recupera, nella capacità di scendere dentro di sé e di confrontare il male e il bene.

Possiamo identificare come una sorta di ‘mentore’ la Provvidenza , che aiuta Renzo a ritrovare la fiducia in se stesso e la calma necessaria per affrontare le situazioni, data la mancanza di una persona concreta che gli sia vicina nel Mondo straordinario.

L’ultima fase del “viaggio dell’eroe” è il ‘terzo atto’; l’eroe ritorna nel suo mondo ordinario più consapevole e completo. Per Renzo il ritorno nel mondo ordinario avviene quando finalmente raggiunge il bergamasco e il cugino Bortolo gli offre un tetto e un lavoro nel filatoio dove lavora.

Il ragazzo ha avuto in tutto questo ‘arco di trasformazione’ il tempo di riflettere e , soprattutto, crescere. È finalmente pronto a tornare nel suo mondo e affrontare tutto ciò che è necessario per completare il suo cammino, far avverare i suoi sogni.

Se prima si sentiva spaesato e perso, ora iniziava a riacquisire un orientamento, uno scopo, delle sicurezze.

Ha completato il suo viaggio.

“Mi sentirei di dirti

Che il viaggio cambia un uomo

E il punto di partenza

Sembra ormai così lontano

La meta non è un posto

Ma è quello che proviamo

E non sappiamo dove

Né quando ci arriviamo”

Roberta e Cecilia

Capitolo XXI

Viola è un articolo molto interessante .Mi è piaciuta soprattutto la parte dove hai introdotto la Provvidenza .

promessisposinblog

La carrozza giunge finalmente alla taverna della Malanotte, dove, ad accogliere la povera Lucia, c’è la vecchia serva dell’Innominato. La povera rapita, alla vista di una figura femminile, si rassicura un po’, sperando in una sorta di compassione da parte della donna, che, però, non arriva: la serva infatti, se all’apparenza vuole fare coraggio a Lucia, come ordinatole dall’Innominato, in realtà è molto infastidita da quel compito e resta, perciò ,molto fredda nei suoi confronti.
Intanto il Nibbio si reca dall’Innominato, al quale dice che tutto è filato liscio, confessandogli, però, senza riuscire a spiegarselo, di aver provato, nel momento del rapimento e durante il viaggio,  compassione per quella povera donna. A quelle parole l’Innominato, piuttosto stranito, fa per ordinare al Nibbio di dire a don Rodrigo di venire a prenderla e portarla via subito, quando cambia idea, mosso dalla curiosità di andare a vedere di persona colei che è…

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Capitolo XXI

La carrozza giunge finalmente alla taverna della Malanotte, dove, ad accogliere la povera Lucia, c’è la vecchia serva dell’Innominato. La povera rapita, alla vista di una figura femminile, si rassicura un po’, sperando in una sorta di compassione da parte della donna, che, però, non arriva: la serva infatti, se all’apparenza vuole fare coraggio a Lucia, come ordinatole dall’Innominato, in realtà è molto infastidita da quel compito e resta, perciò ,molto fredda nei suoi confronti.
Intanto il Nibbio si reca dall’Innominato, al quale dice che tutto è filato liscio, confessandogli, però, senza riuscire a spiegarselo, di aver provato, nel momento del rapimento e durante il viaggio,  compassione per quella povera donna. A quelle parole l’Innominato, piuttosto stranito, fa per ordinare al Nibbio di dire a don Rodrigo di venire a prenderla e portarla via subito, quando cambia idea, mosso dalla curiosità di andare a vedere di persona colei che è riuscita a far provare compassione al capo dei suoi bravi, e lo congeda.
Si dirige, poi, alla camera dove sono le donne e ordina di farsi aprire. Vista Lucia rannicchiata in un angolo della stanza, le dice di alzarsi, prima con le “buone”, e poi, non ottenendo risultati, glielo ordina. Questa, scossa da quel tono così minaccioso, si mette subito in posizione di preghiera, cominciando a supplicare l’Innominato di lasciarla andare, invocando più volte il nome di Dio, cosa che turba enormemente l’uomo, e finendo con una frase che lo colpisce più di tutte: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!“. A questo punto l’uomo si congeda, con la promessa di tornare la mattina successiva.
L’ultima “visita” per le donne è quella della cuoca Marta che porta loro qualcosa da mangiare. Lucia rifiuta il cibo e torna nel suo angolino; la serva, invece, mangia avidamente, infastidita dall’atteggiamento della ragazza e, dopo essersi saziata, va a letto, mettendosi ad un’estremità per lasciare il posto a Lucia che, però, non si mostra affatto decisa ad andarci.
Addormentata la serva, Lucia resta in una sorta di dormiveglia in cui riporta alla mente tutti gli eventi che sono accaduti, che la fanno disperare ancora di più, arrivando perfino a desiderare la morte. Trova però conforto nella preghiera e, sperando di essere maggiormente ascoltata, decide di fare un voto di verginità alla Madonna, rinunciando per sempre al suo amato Renzo. Più tranquilla e serena dopo questo atto, riesce a prendere sonno.
Manzoni ci porta poi nella stanza dell’Innominato, il quale, contemporaneamente a Lucia, è in un dormiveglia molto inquieto, in cui si succedono i pensieri e le immagini dei delitti da lui commessi, per i quali sente un senso di colpa e vergogna che fanno cominciare una vera lotta interiore tra l’uomo “vecchio” che è in lui, quello spietato e criminale, e l’uomo “nuovo” che si accinge a diventare; lotta che culmina anche per lui con il desiderio (ed il quasi tentativo) di morte. Gli tornano poi in mente le parole di Lucia “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” che gli fanno provare un senso di sollievo e lo convincono a liberarla la mattina successiva, ponendosi, però, molte domande su cosa fare dopo. Ed è tra queste domande che arriva l’alba e con essa un rumore in lontananza di campane; l’Innominato, sporgendosi dalla finestra, vede un gruppo di persone che si dirigono tutte insieme nella stessa direzione; non sapendone il motivo, ordina ad uno dei suoi bravi di andare ad informarsi.

Si chiude così il capitolo XXI, capitolo che ha come protagonisti l’Innominato e Lucia che compiono contemporaneamente una sorta di percorso comune e che culmina in entrambi i casi nel momento di massima tensione (spannung) del racconto: il desiderio di morire.
È il punto di morte di Lucia: il momento, simboleggiato dal voto alla Madonna, in cui abbandona il desiderio (stare con Renzo) per risolvere il bisogno (sopravvivere). È questo quindi il capitolo della crescita interiore di Lucia e del ritorno al mondo ordinario con più consapevolezza di sé stessa (come il XVII è stato quello dell’evoluzione di Renzo) ed è anche quello dell’inizio della crescita e del cambiamento dell’Innominato.
Il tema fondamentale di queste pagine è, inoltre, la fede: fonte d’ispirazione per eccellenza dell’intero romanzo. Nel momento di più cupa disperazione e di più grave pericolo per l’esito di tutta la storia, la Provvidenza si manifesta con tutto il suo potere: Lucia attinge dalla propria fede e dalla preghiera la forza per superare il tremendo momento che sta vivendo, mentre l’innominato intuisce una promessa di salvezza nelle parole di Lucia, che lo condurrà all’alba di una vita da uomo migliore.

CAPITOLO 15: UN RISVEGLIO AGITATO!

Eccoci arrivati finalmente ad un punto cruciale della lettura dei Promessi Sposi: il 15simo capitolo. Già si sentono riecheggiare nell’aria gli sbuffi dei miei compagni per una nuova obbligata lettura, ed è per questo che tenterò di rendere la lettura più piacevole possibile, essendo questo un capitolo ricco di contraddizioni e di sfaccettature di una realtà finta ed ingannevole.

Anche questo capitolo vede come protagonista assoluto il giovane Renzo, ragazzo costretto per una disgraziata scommessa di un ignobile prepotente ad abbandonare la propria casa, la sua giovane promessa sposa e la propria vita. Costretto dunque ad emigrare; sta proprio qua la grandezza tecnica e artistica del Manzoni: essere sempre attuale nonostante stia raccontando una storia avvenuta molto tempo prima. Cosa c’è di più attuale del tema immigrazione nel 2016?  Probabilmente nulla, forse solo le unioni civili, ma questa è una discussione tutta italiana a cui Manzoni sicuramente non avrebbe potuto neanche pensare.

Torniamo però a Renzo costretto dunque a raggiungere la città di Milano per vedere riconosciuta la libertà. Ma attenzione: la Milano che raggiunge il nostro protagonista non è la città grigia,ricca,potente e all’avanguardia di oggi: è una città segnata dai tumulti. Nella zona regna il malcontento popolare dovuto ad un rincaro spropositato del prezzo del pane, diventato quindi un oggetto tanto desiderato quanto contestato. Il lasso di tempo per il quale il capitolo si protrae è molto breve e parte dalla notte di sabato 11 novembre concludendosi durante la mattina del giorno del 12 novembre 1628. Sono giorni frenetici , questi,  a Milano, dove il potere della polizia, come spesso peraltro accade, gioca un ruolo di finto aiuto nei confronti del popolo, e Renzo piomba completamente dentro questa difficile situazione. Dopo una serata passata in una locanda all’insegna del bere, Renzo ubriaco, deriso e schernito dai presenti, viene accompagnato presso la sua stanza da letto da un oste disturbato dalla presenza di un uomo che lui stesso considera ignorante. Qui Manzoni ci descrive accuratamente la scena, soffermandosi a raccontarci sia quello che passa per la mente del nostro Renzo sia quello che passa per la mente dell’oste a cui viene assegnato il ruolo di infame aiutante. L’oste aiuta apparentemente Renzo nel levarsi i vestiti , ma in realtà tenta in tutti i modi di farsi comunicare il suo nome, così da poterlo riferire alla polizia. Renzo, ritornato quasi lucido di mente, comprende immediatamente il ruolo dell’oste e tenta di farlo sapere a tutti urlando :” Amici! L’oste è della …”. L’uomo, non molto contento di quanto stava Renzo per dichiarare, lo ammutolisce dicendo di aver affermato tutto ciò per “Celia”. Renzo non riesce nemmeno a controbattere codesta dichiarazione che cade, come in un film di Franck Miller, ubriaco nel letto. L’oste, intuito come il miglior uomo politico di oggi, il vantaggio della situazione, riprova nell’ardua impresa di farsi consegnare dal signor Tramaglino il tanto ricercato nome. Qui Manzoni, secondo me, vuole far riflettere il lettore poichè con questa scena ben congegnata fa capire che bisogna stare sempre attenti che chiunque può mutare improvvisamente ruolo. L’oste, compreso ormai che era più facile diventare il re di Milano che venire a conoscenza di quel nome, si mette a frugare nelle tasche del giovane, trovandovi dei soldi. Non perde tempo e afferma subito: ” Saldate ora quel poco di conticino…”. Un Renzo cosciente avrebbe probabilmente detto: ” Hai capito quest’oste!”, ma poichè il protagonista desiderava solo chiudere gli occhi e sognare la sua Lucia, si limita ad un ” Quest’ è giusto”. L’oste, dopo aver messo a letto l’ubriaco, si ferma ad osservarlo sfoggiando per lui gli insulti più azzeccati del momento come ” Pezzo d’asino” o “Bestia”. Uscito dalla stanza,  decide di andare al palazzo di giustizia a riferire l’arrivo di questo curioso personaggio. Va a informare della sua uscita l’ostessa, facendole le dovute raccomandazioni per far svolgere tutto normalmente all’interno della locanda. Manzoni, col descrivere dei compiti, fa comprendere molto bene al lettore che mentalità sfoggiano gli uomini di quell’epoca e secondo me rivela anche delle preoccupazioni che possono risultare familiari  anche per noi, come non farsi ingannare da chi beve o non farsi fraintendere per quel che si dice. Durante tutto il tragitto, l’oste non si dà  pace e continua a maledire il fatto che uno come Renzo abbia varcato la soglia della sua locanda; tuttavia  Manzoni non gli fa dire parole a caso , bensì parole ben studiate che esprimono in maniera vistosa la sua personalità esperta, prudente e molto abile. Per strada l’uomo incontra delle pattuglie di soldati, un chiaro riferimento dello scrittore alla totale repressione da sempre messa in atto dai più potenti rispetto al popolo così da farlo acquietare e ammutolire, continuando a coltivare i propri loschi interessi. Giunto a palazzo l’oste comincia la sua deposizione e sarà una grande sorpresa per lui sapere che loro sanno già tutto, persino il nome. Anche adesso Manzoni ritorna ad essere super attuale: infatti fa intendere che le autorità dell’epoca devono sembrare efficienti nel trovare i colpevoli di una rivolta catturando qualcuno anche se non è colpevole. Il confronto all’interno del palazzo di giustizia è tenuto tra l’oste e un personaggio che Manzoni definisce ” Un notaio criminale”, ribadendo la sua tesi di una realtà falsificata e molto lontana dalla democrazia. Il ritmo nell’incontro è incalzante. Il notaio riesce abilmente ad attaccarsi a qualsiasi parola pronunciata dall’uomo che ha di fronte per formulare nuove domande, fino a dargli la sola raccomandazione di non permettere a Renzo di lasciare la locanda. Anche qui Manzoni dà  un ulteriore esempio di mediocrità della figura dell’oste, il quale si interessa solo dei suoi affari non preoccupandosi di nessuno, e tentando di non avere nessun tipo di problema reale con le forze autoritarie. Il dialogo raggiunge il suo epilogo quando l’oste dice: ” Spero che l’illustrissimo signor capitano saprà che sono venuto a fare il mio dovere”. La frase detta attualmente farebbe indubbiamente riflettere, ma lo scrittore è stato chiaro: questa è la mentalità a cui tutti devono soggiogare e da questa mentalità non si scappa. La deposizione dell’oste era terminata, il sonno dell’incauto Renzo ancora no e dopo ben sette ore lo troviamo ancora attorcigliato nel letto in preda all’ incoscienza più totale.

Questo suo fantastico momento di riposo viene interrotto bruscamente da un :” Lorenzo Tramaglino!”. Il povero ragazzo, quasi come quando un professore ti chiama a gran voce e tu stai in uno stato simile al coma, ritirò le braccia e aprì a stento gli occhi. Davanti a sé vide un uomo vestito tutto di nero e due uomini armati. No, non era possibile tutto ciò…sarà sicuramente un sogno, un brutto sogno. Avrei voluto essere spettatore di questa scena, ma ahimè purtroppo(o meglio, per fortuna ) il Seicento è lontano  e mi posso solo gustare la ricca ed efficiente narrazione di Manzoni , nonostante il capitolo non sia proprio di facile comprensione. L’uomo vestito di nero è in realtà il notaio, che vista la reazione del suo fantomatico colpevole, riesclama :” Lorenzo Tramaglino”. A questo punto l’assonnato Renzo comprende che non si tratta di un sogno e chiede spiegazioni. Gli sbirri (Così li definisce il saggio Manzoni) non vogliono perdite di tempo ed ordinano al ragazzo di vestirsi al più presto. Come giusto che sia, il ragazzo richiede spiegazioni e come pronta risposta viene aggredito dai due sbirri. Non so quanto possa far piacere a Manzoni rilevare che a distanza di tempo quello che lui denuncia non è cambiato affatto, ma vabbè questi sono dettagli, e i due galantuomini si sono comunque arrestati quando Renzo ha proferito di sapersi vestire da solo. Attenzione, mai sottovalutare Manzoni , che dopo tutto ciò scrive:”Mi vesto” rispose Renzo e andava raccogliendo qua e là i panni come gli avanzi d’un naufrago sul lido. Se c’è una cosa che al nostro narratore proprio non manca, quella è l’ironia, la capacità di giocare coi problemi che quotidianamente possono affliggere lui come i suoi lettori; e in una situazione disperata lui la tira fuori potentissima: ci descrive in maniera ironica i risultati di questa folle operazione di cattura. Il ragazzo, intento a vestirsi, passò a rassegna la giornata passata riuscendo a collegare insieme le varie fasi. Il notaio è nervoso perchè la situazione fuori è incandescente, anche il povero Renzo comprende lo stato d’animo di chi ha di fronte, che con fare da vero ipocrita lo etichetta come un bravo” Figliuolo”. Renzo però è cresciuto, ha imparato la lezione che gli si è scatenata addosso senza nessun preavviso. Manzoni sottolinea questo, sottolinea che anche un personaggio non colto come lui può venire a capo della falsità della realtà che lo circonda: la sua maturazione avviene con l’uso del climax ascendente. Così tenta di giocarsi una carta favorevole, chiede di poter passare per piazza Duomo dove la folla è radunata. Qui entra veramente in gioco l’abilità di Manzoni che non si accontenta di una scena dal clima potente, vuole qualcosa in più, vuole creare suspense. Così interrompe la narrazione intersecandola con i commenti provenienti o dai pensieri o dai dialoghi di Renzo e del notaio impegnato a far rispettare “La legge”. Arriva il colpo di scena, Renzo viene ingannato ed ammanettato, la situazione si surriscalda. La storia però viene nuovamente bloccata, Manzoni ricrea suspense sfruttando una metalessi narrativa nella quale esprime che lui come persona preferisce la chiarezza realistica piuttosto che la gravità che si distacca dalla verità storica. Manzoni, dopo averci tenuto col fiato in gola con le sue teorie, riprende a raccontare di un Renzo che gridava e di un notaio che aveva una risposta buona per ogni fatto. Manzoni paragona il protagonista ad un cavallo bizzarro che si sente il labbro stretto tra le morse.

Si aprono scommesse: ce la farà il promesso marito di Lucia a sfuggire a questa terribile situazione?. I signori escono per strada, Manzoni ci riporta ad una scena quasi da romanzo poliziesco in cui Renzo è l’eroe protagonista che deve saper sfruttare il momento adatto per fuggire. L’ironia massacra il notaio e gli sbirri, prontissimi nel far partire queste operazioni ma talmente stolti da doversi consultare sempre con gli occhi arrivando a conclusioni errate. Il tempo passa al presente e le frasi si fanno brevi, tutti elementi che facilitano la velocità dando un ritmo d’affanno alla narrazione. Man mano che i personaggi si muovono per le strade frizzanti di Milano, la narrazione si va a rallentare favorendo l’uso di alcuni imperfetti come “bisbigliava”, “consultava” o “metteva”. Arriva il momento tanto atteso: questi due soggetti nel bel mezzo della folla strattonano il ragazzo che si mette ad urlare :”Aiuto aiuto” attirando su di sé gli sguardi dei passanti. Il notaio giustifica il tutto dicendo :” E’un malvivente, lasciate passare la giustizia”. Ma il ragazzo ormai è diventato più scaltro di colui che per tutto il tragitto si era definito immensamente furbo. Gridò così:” Mi mettono in prigione solo perchè ieri ho affermato pane e giustizia uguale per tutti”. Un vistoso mormorio si schiera dalla sua parte. Qua Manzoni si prende il lusso di insegnarci qualcosa, ma lo fa con rispetto, con garbo e senza schiacciare la forza della scena da lui stesso scritta. “Gli sbirri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano gli stanti di andarsene, ma la folla non ci sta”. Questa frase devo dire mi ha colpito molto, sia perchè è stata posizionata in maniera perfetta dallo scrittore, sia perchè la reputo perfettamente idonea a rappresentare  la realtà. Gli sbirri lasciano perdere il ragazzo solo per uscire da quella folla tanto arrabbiata, desiderava lo stesso anche il notaio che bramava di fuggire “Come una pagliuncola nel ghiaccio”( in pratica, per chi ha poca fantasia, come un oggetto insignificante). S’imbattè in un signore che lo guardò nel viso e dopo averlo contemplato dichiarò: ” Un corvaccio!”. Nonostante lo spiacevole episodio, nel giro di poco il notaio si trovò fuori da quella calca, l’unica cosa che veramente gli interessava.

Devo dire di essere davvero soddisfatto di aver scritto l’articolo di questo capitolo, così ne ho potuto assaporare tutte le sottigliezze; ed invito a riflettere molto su quanto Manzoni ci vuole comunicare, perchè credo sia molto utile per capire vari aspetti di quello che ci succede attualmente.

 

Capitolo 16

Scappa, scappa, galantuomo: lì c’è un convento, ecco là una chiesa; di qui, di là. ”Il sedicesimo capitolo dei promessi sposi inizia con questa frase; quando Renzo cerca di fuggire da Milano perché creduto uno degli organizzatori dell’attacco ai forni.

Dileguatosi dai “birri”, Renzo percorre le strade di Milano allarmato dalla minaccia di finire di nuovo nelle loro mani.  Cerca di avere informazioni su come arrivare alla via che conduce a Bergamo; ma è intimorito di essere riconosciuto e arrestato. Renzo però pensava-ed aveva ragione-che i “birri” che lo avevano visto erano solo tre e non si potevano dividere per tutta la Lombardia e il gran Ducato di Venezia. Ricava dunque delle informazioni da svariati passanti; e attraversa la porta senza incontrare ostacoli. Presa la via che porta a Bergamo cerca di evitare la strada maestra per non essere notato. In conclusione la camminata si fa lunga e decide di fermarsi ad un’osteria a Gorgonzola; dove gli viene chiesto se sapeva cosa era accaduto a Milano; ma lui rispose (come se non ne sapesse niente) “ Io?, da quel che ho sentito dire… non dev’essere un luogo da andarci in questi momenti, meno che per una gran necessità”…. “Bisognerebbe esser là, per saperlo.”

Nei Promessi Sposi la figura dell’oste ricorre più volte. Ricordiamo che Renzo, Tonio e Bortolo, per preparare il matrimonio a sorpresa, si uniscono in un’osteria e lì vanno a mangiare i bravi di don Rodrigo che organizzano Il rapimento di Lucia. 

Poi c’è l’oste della Luna piena, una delle figure più note dei Promessi sposi, col quale a Manzoni piace giocare, e costui (l’oste) è tutto intento a mettere a letto Renzo ubriaco fradicio, sapendo che il giorno dopo i “birri” lo verranno a prendere. Ma dopo aver sistemato le cose torna indietro e dice:” Eh no pezzo d’asino! Voglio vedere come è fatto uno stupido come te!” nel dir ciò, l’oste avvicina la lanterna al viso di Renzo. E Manzoni:” Somigliavano un po’ ad Amore e Psiche, non è vero?”

Da Milano intanto arriva un mercante di commercio colmo di notizie e che frequentava sempre la stessa osteria. I clienti e l’oste pongono a questo la stessa domanda fatta a Renzo; e ottengono notizie particolarmente dettagliate.

In questo punto del racconto il narratore inizia tramite il mercante a raccontare tutti i fatti di Milano che erano accaduti (l’attacco a forni, l’assedio alla casa del vicario…) e durante il racconto di questo c’è un particolare che attira l’attenzione di Renzo, quando sente dire che dietro l’insurrezione c’era una congiura, e che la mattina seguente era stato tentato un’altra volta l’assedio alla casa del vicario, che erano stati saccheggiati altri forni, che molti erano stati arrestati, che era stato preso uno dei capi dei rivoltosi (Renzo), ma poi, liberato dai suoi, era stato capace di scappare.

Queste parole vengono prese da Renzo come bocconi amari da ingoiare, visto che era descritto come un delinquente, di quelli più colpevoli. Uscì e si indirizzò verso il confine, segnato dall’Adda.