Capitolo V

“Oh padre Cristoforo! sia benedetto!” Il  nostro frate è appena arrivato a casa delle donne, e tutta la tragica situazione gli viene spiegata fra lacrime e gesti disperati. Fra Cristoforo è indignato al limite: la fronte poggiata su un palmo e la destra che accarezza la barba, il narratore onnisciente si cala nel monologo del personaggio. Qui i pensieri scorrono veloci, saltando da una possibile soluzione all’altra ,appena questa si rivela inconcludente, dove domina la paura e scarseggia il senso del dovere. Il cappuccino è da solo contro il potere arrogante: decide di mettersi in gioco con la sua cultura e fede irruenta, doti sprecate davanti all’ignoranza di don Rodrigo. Sceglie quindi di dirigersi al palazzotto del nobile.

La tana del lupo ci viene descritta in cima a una collina, sembra quasi sorgere dal terreno e si eleva imponente come un castello. Chiunque lo vedrà arrivando dal lago (come Lucia)  distoglierà intimorito lo sguardo da quella che sembra una fortezza minacciosa. Questa sembra ancora più grande a vedere le casette che giacciono alla sua base, un piccolo villaggio capitale di un piccolo regno, dove vivono i contadini di don Rodrigo. Improvvisamente l’autore limita l’onnipotenza del cattivo con l’aggettivo “piccola”: chi è quindi don Rodrigo? Tale fama di (pre)potenza deriva da un mucchio di casupole e un castello fatiscente? Facciamoci un giro fra le strade del paese: nelle case adocchiamo armi brutali, omacci tarchiati, donnoni terrificanti e vecchi ghignanti, ragazzini insulsi e cialtroni in un misto di ostilità e disagio. Arriviamo con il nostro frate al portone chiuso del palazzo ed alziamo lo sguardo: le finestre sono fessure che danno sulla strada, fori nelle mura scure, chiuse da imposte decadenti e sconnesse. L’abbandono è il principale ornamento di questa dimora: nessuna bellezza, nessuna cura sono manifeste all’esterno. Nei panni di Fra Cristoforo non avrei esitato a voltare le spalle di fronte a tanta trascuratezza; ma ecco che in lontananza si distinguono quattro figure, due vive due morte. Quest’ultime sono due avvoltoi crocifissi ai battenti e la testa penzoloni, quelle vive invece sono due bravi di guardia come cani ad aspettare gli avanzi del pranzo. Tutto, nell’aspetto del palazzo di don Rodrigo, riflette il carattere del padrone. Dal minaccioso all’abbandonato,  perfino gli avvoltoi non sono una scelta casuale; don Rodrigo è un avvoltoio: le disgrazie altrui sono il suo pane e il terrore la sua ricchezza.

Tanto si è parlato della figura di don Rodrigo: adesso è arrivato il momento di conoscere la figura che ha sconvolto la vicenda ancor prima di comparire. Un bravo conduce Fra Cristoforo fino alla sala dove si sta tenendo il pranzo. Come ci si aspetta di vedere don Rodrigo per la prima volta? Forse in una lunga sala scura mentre si gode solennemente il suo pranzo, distaccato e formale nel ricevere ospiti, consapevole del suo rango. Invece lo ritroviamo seduto a capotavola, circondato dagli amici in casa sua, un fracasso confusionale in sottofondo. Alla sua destra in vena di svago il cugino Attilio, alla sua sinistra il signor podestà, che avrebbe dovuto rendere giustizia al caro Renzo; di fronte a lui( meraviglia!) si rivede il dottore Azzeccagarbugli. Insomma, don Rodrigo ci appare molto più come uno dei cattivi moderni che come un prepotente seicentesco. Possiamo quasi immaginare lui e suoi commensali ai tempi nostri, completi eleganti al posto del ciuffo e retina, mentre discutono di affari loschi, sguardo rapace e parassita immutato nel tempo.

Padrino
Don Vito Corleone, “Il Padrino”.

 

Questa è la prima apparizione dell’antagonista. Gli occhi di Fra Cristoforo incrociano quelli del nobile e Manzoni coglie l’attimo perfettamente. Ci si aspetta che il frate sia senza paura né scrupoli: invece viene dipinto in un’ottica estremamente umana. Fra Cristoforo ha paura, ma la domina; questo è il vero coraggio dimostrato da un uomo eccezionale.

Il frate è costretto a partecipare al pranzo e ai suoi cavallereschi argomenti: ci spostiamo in questo modo dai soliti ambienti del romanzo popolano ad un discorso diretto di nobili, dove spiccano la violenza e la corruzione.

In questa discussione l’autore introduce la vena del romanzo storico, dialogando direttamente col lettore. Infatti questi sono proprio i giorni della Guerra dei Trent’anni( 1618 – 1648): ci troviamo nel bel mezzo, 1628. La Spagna aveva degli interessi nel Sacro Romano Impero, dilaniato da una lotta interna, mentre la Francia temeva l’egemonia spagnola. Dopo che il conflitto raggiunse dimensioni esorbitanti, le conseguenze furono disastrose, sia politiche che sociali. Se da una parte la Spagna fu in rapido declino e la Germania venne spezzata del tutto, la Francia divenne la più grande potenza europea. In questo contesto i nostri signori discutono di Mantova, con il duca Carlo Gonzaga sostenuto da Richelieu e disapprovato da Filippo IV.

Don Rodrigo è il protagonista indiscusso del pranzo: ci fosse qualcuno che osi contraddirlo o criticare un suo commento. Nella confusione e nel fomento che pervade la sala, fra Cristoforo è l’unico che tace e non si unisce alle grida: don Rodrigo lo avrebbe cacciato volentieri, ma “poiché la seccatura non si poteva scansare”, si alza con tutti i compagni al seguito e conduce il frate in un’altra sala.

L’autore ci lascia con il fiato sospeso sul seguito: fra Cristoforo, con i suoi modi calmi e temperati e la sua profonda esperienza, a tener testa a don Rodrigo, sicuro della sua potenza che punta tutto sulla paura che riesce ad incutere a chi gli sta di fronte. Un personaggio interessante. Incerto nei modi e nelle parole, sebbene nei confronti degli ospiti sia freddo ed arrogante;  soddisfa le aspettative del lettore. Cosa ci aspettiamo da una figura del genere? Prevedibile o lunatico, è tutto da scoprire.

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3 pensieri riguardo “Capitolo V

  1. Non ci sono più tante parole per espimere un giudizio dato che mi trovo pienamente d’accordo con bianca. Si vede che ti piace e che sei molto interessata a ciò, e penso che sia molto più coinvolgente leggere un riassunto fatto da qualcuno coinvolto che da qualcuno che lo doveva fare a forza. Per non parlare la figura che hai dato a don Rodrigo! A tratti spiritosa ma anche piena di dettagli che non avevo pienamente notato. Che altro dire? Mi è piaciuto da morire!

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  2. Quando abbiamo letto in classe questo commento sono rimasta davvero colpita tanto che me lo sono riletto più volte a casa. Tra le cose più belle c’è il paragone di don Rodrigo con l’avvoltoio. Davvero azzeccato e ben fatto. Sei riuscita ad inserire anche la parte di storia senza appesantire la lettura e senza annoiare e sei riuscita anche a trovare un immagine che andasse a pennello con la descrizione che stavi facendo. Se posso aggiungere una cosa avrei messo una parte che ho trovato in “analizziamo il testo” sul libro dove spiegava il perché don Rodrigo (se ci facciamo caso) non è descritto fisicamente come tutti gli altri personaggi. Infatti il testo diceva che probabilmente Manzoni non lo descrive perché in questo modo gli nega il diritto di essere considerato una persona, tanta la sua arroganza nel racconto. Comunque molto brava sarà difficile fare di meglio.

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