CAPITOLO VIII -LA NOTTE DEGLI IMBROGLI E DEI SOTTERFUGI-

-Carneade! Chi era costui?- L’ottavo capitolo del romanzo ha inizio con la scena di Don Abbondio intento a leggere in un momento di tranquillità domestica. Come all’inizio del romanzo, la sua serenità viene presto spazzata via; infatti, egli è ignaro dello stratagemma ideato da Agnese per celebrare a sorpresa le nozze di Renzo e Lucia. In quel momento entra Perpetua, la fidata governante del curato, ad annunciare la visita di Tonio, accompagnato dal fratello Gervaso e venuto con il pretesto di saldare il debito. A seguire si presenta all’uscio Agnese, che molto abilmente distrae Perpetua, riferendole alcune voci secondo le quali dei pretendenti in passato avrebbero rifiutato di sposarla. Perpetua, colpita nell’orgoglio, ribatte alle affermazioni di Agnese e la segue in una stradina, allontanandosi dalla casa. Qui si evidenzia la furbizia di Agnese, che ha trovato un argomento in grado di far presa su Perpetua. Giunte ad una distanza sufficiente dalla casa, Agnese tossisce forte, dando a Renzo il segnale di entrare nell’abitazione del curato. Renzo fa coraggio a Lucia, ancora non convinta della scelta di celebrare un matrimonio a sorpresa; i due, in punta di piedi, avanzano. Qui l’autore usa ripetizioni e assonanze -zitti zitti, pian piano, adagino adagino- per creare un’atmosfera di silenzio e attesa intorno ai due protagonisti. Tonio e il fratello entrano nella stanza del curato; la fioca luce di una piccola lanterna gli illumina il viso. Qui è riportata, tramite una similitudine, la prima descrizione fisica del parroco, di cui già conoscevamo i tratti psicologici. -Due folte ciocche di capelli, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al chiaro di luna.-
Tonio consegna il denaro a Don Abbondio, che lo esamina accuratamente e, su richiesta del suo interlocutore, gli restituisce la collana, che aveva trattenuto come pegno. Infine Tonio chiede la ricevuta al curato, che si appresta a compilarla di malavoglia. Nel frattempo, i due fratelli stropicciano i piedi sul pavimento, facendo così segno a Renzo e Lucia di entrare. La tensione nel racconto diventa elevatissima: i due silenziosamente si nascondono dietro Tonio e Gervaso. All’atto di ritirare la ricevuta, i due fratelli, scostandosi come all’aprirsi di un sipario, rivelano la presenza di Renzo e Lucia. L’autore con un climax ascendente ci descrive la rapida evoluzione del pensiero di Don Abbondio, nel breve istante in cui Renzo pronuncia la formula di rito del matrimonio. Prima che Lucia possa terminare la sua frase, il curato le lancia un drappo addosso e, liberandosi la mano dalla lucerna, la avvolge nella stoffa invocando l’aiuto di Perpetua. Spentosi il lume, nel buio più totale, e in un’atmosfera quasi comica, il curato lascia Lucia e cerca rifugio a tastoni in una stanza vicina, continuando a chiedere aiuto alla domestica. Ogni personaggio agisce in modo autonomo, in preda al panico, accentuando il carattere comico della scena. Renzo trova la porta della stanza, intimando al curato di aprire e di fare silenzio. Lucia, terrorizzata, implora Renzo di andare via. Tonio, carponi, cerca sul pavimento la sua ricevuta. Gervaso, fuori controllo, grida e saltella, cercando la porta per mettersi in salvo fuori dalla stanza. Qui Manzoni fa un’importante riflessione: Renzo, che in realtà ha subito un torto, sembra un malfattore; invece Don Abbondio, in una posizione di debolezza, appare quasi una vittima, nonostante sia il vero oppressore. L’assediato chiede aiuto alla finestra che dà sulla piazza della chiesa. Nella notte serena le sue urla svegliano di soprassalto il sagrestano Ambrogio, che interviene prontamente suonando le campane e scatenando il panico nel paese. Qui la narrazione si divide in due situazioni diverse: con l’uso di un flashback si raccontano altri avvenimenti accaduti in contemporanea quella notte. I bravi, dopo essersi accertati che tutti dormano, si recano dal loro capo Griso per andare a casa di Lucia con l’intento di rapirla. Entrano con molta prudenza, ma con loro grande disappunto e sorpresa trovano la casa deserta. Intanto Menico arriva a casa di Lucia, mandato da Fra Cristoforo per metterla in guardia sulle intenzioni di Don Rodrigo. Appena messo piede dentro l’abitazione, Menico viene immobilizzato dai Bravi, che gli intimano il silenzio minacciandolo di morte. In quell’istante irrompe il suono delle campane e i bravi, temendo di essere scoperti, scappano. Sull’altro piano narrativo, Perpetua vuole tornare indietro poiché si ricorda di aver lasciato la porta aperta. Agnese cerca di farle rallentare il passo in ogni modo ma, udite le urla di Don Abbondio, la domestica si precipita verso l’abitazione. Qui incontra i quattro fuggiaschi, reduci dal fallimento del matrimonio a sorpresa e, chieste invano spiegazioni, corre in aiuto del curato. Renzo e Lucia si ricongiungono ad Agnese e in quel momento arriva anche Menico, che con un racconto confuso fa capire ai promessi sposi che sono in pericolo e li convince a scappare. Intanto sopraggiungono gli abitanti del paese, paragonati dall’autore ad uno sciame impazzito. La folla, dopo essersi assicurata dell’incolumità del parroco, viene a sapere dei movimenti sospetti a casa di Agnese e Lucia. Appreso che le due donne si sono messe in salvo, la folla si disperde e ognuno torna a casa propria. Il giorno dopo il console del paese, figura simile al sindaco dei giorni nostri, viene minacciato da due Bravi, che gli impongono il silenzio sui fatti della notte precedente. Ma torniamo a Renzo, che nella fuga comunica ad Agnese il fallimento del loro piano, mentre Menico riesce a spiegare più chiaramente quanto accaduto a casa di Agnese. I tre, grati al ragazzino, lo congedano ricompensandolo con una piccola somma di denaro e si recano al convento di Pescarenico, dove trovano Padre Cristoforo che li attende , ansioso, in compagnia di Fra Fazio. Quest’ultimo fa notare, contrariato, che la presenza delle due donne è in contrasto con le regole del convento. -Omnia munda mundis- (Tutto è puro per i puri di cuore). Così gli risponde Fra Cristoforo, impressionandolo e zittendolo. Il frate cappuccino ignora i fatti di quella notte e i tre, sentendosi in difetto per aver concepito il piano del matrimonio a sorpresa, si guardano bene dall’informarlo. Per questo l’autore parla di “Notte degli imbrogli e dei sotterfugi.” Il frate prepara la loro fuga, stabilendo che le donne si rifugino in un convento non troppo lontano dal loro paese. Renzo invece viene destinato al convento di Porta Orientale (odierna Porta Venezia) a Milano, presso Padre Bonaventura. I tre dovranno scappare attraverso il lago, grazie ad una barca che li porterà fino all’altra sponda, dove troveranno un carro. Il frate prima di congedarli li riunisce in preghiera e invoca la misericordia divina per Don Rodrigo. I fuggitivi seguono le istruzioni del cappuccino, si recano sul lago e iniziano il viaggio. Qui inizia l’addio al paese, uno dei passi più celebri e poetici del romanzo. Alcuni ritengono che Manzoni abbia esternato, attraverso il personaggio di Lucia, le emozioni da lui provate durante il suo trasferimento da Milano a Parigi.
I tre inizialmente si soffermano con inquietudine sul palazzo di Don Rodrigo. Poi l’autore focalizza l’attenzione su Lucia che osserva, piangendo di nascosto, il paesaggio circostante che l’ha accompagnata sin dalla nascita, la casa natia e la dimora che l’avrebbe dovuta accogliere una volta sposata. Infine, il suo pensiero va alla chiesa, luogo di serenità che avrebbe dovuto benedire solennemente il suo amore per Renzo. Questi pensieri sono accompagnati sia dal timore di non poter più rivedere quei luoghi, sia dalla fiducia nella Divina Provvidenza. Questa concezione ricorre spesso nel romanzo e consiste nell’aiuto che Dio offre in soccorso dei più deboli per la realizzazione della loro vocazione. L’intervento divino si riscontra anche nella cultura classica, ad esempio nei poemi omerici e nell’Eneide: anche qui gli dei intervengono in difesa dei loro protetti. Occorre però fare opportune distinzioni tra le due tematiche. La Provvidenza cattolica difende i deboli, a condizione che perdonino i loro oppressori: nel romanzo in questione Fra Cristoforo chiede di pregare per Don Rodrigo. Invece nella cultura pagana le divinità intervengono per i loro protetti a prescindere dal loro valore morale.
Riflettendo sulla condizione di Renzo e Lucia, costretti ad abbandonare il loro luogo d’origine per “cause esterne” e a dover chiedere rifugio, sorge spontaneo il pensiero riguardo la questione attuale dell’immigrazione. I due promessi sposi vivono un’esperienza simile a quella dei profughi dei tempi odierni. Il viaggio in barca e le incertezze di Lucia sul proprio futuro mi hanno ricordato sia le parole di Mohammed, un rifugiato afghano che ha raccontato la sua storia alla nostra classe, sia di Enaiatollah Akbari, anch’egli afghano, protagonista del libro “Nel mare ci sono i coccodrilli.”
Si impone una riflessione sul destino dell’umanità che fin dai tempi più antichi si trova costretta ad abbandonare le proprie certezze verso l’ignoto.
Nella struttura del romanzo questo capitolo conclude la fase dell’esordio e apre alla narrazione delle peripezie dei due protagonisti.

(SCUSATE LA LUNGHEZZA)

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3 pensieri riguardo “CAPITOLO VIII -LA NOTTE DEGLI IMBROGLI E DEI SOTTERFUGI-

  1. L’unico commento che mi viene da farti è complimenti. Mi hai tolto il pensiero dalla testa (se così si può dire) parlando dei rifugiati, dato che anche io li avrei paragonati ad essi. Bravo ste!

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