CAPITOLO 15: UN RISVEGLIO AGITATO!

Eccoci arrivati finalmente ad un punto cruciale della lettura dei Promessi Sposi: il 15simo capitolo. Già si sentono riecheggiare nell’aria gli sbuffi dei miei compagni per una nuova obbligata lettura, ed è per questo che tenterò di rendere la lettura più piacevole possibile, essendo questo un capitolo ricco di contraddizioni e di sfaccettature di una realtà finta ed ingannevole.

Anche questo capitolo vede come protagonista assoluto il giovane Renzo, ragazzo costretto per una disgraziata scommessa di un ignobile prepotente ad abbandonare la propria casa, la sua giovane promessa sposa e la propria vita. Costretto dunque ad emigrare; sta proprio qua la grandezza tecnica e artistica del Manzoni: essere sempre attuale nonostante stia raccontando una storia avvenuta molto tempo prima. Cosa c’è di più attuale del tema immigrazione nel 2016?  Probabilmente nulla, forse solo le unioni civili, ma questa è una discussione tutta italiana a cui Manzoni sicuramente non avrebbe potuto neanche pensare.

Torniamo però a Renzo costretto dunque a raggiungere la città di Milano per vedere riconosciuta la libertà. Ma attenzione: la Milano che raggiunge il nostro protagonista non è la città grigia,ricca,potente e all’avanguardia di oggi: è una città segnata dai tumulti. Nella zona regna il malcontento popolare dovuto ad un rincaro spropositato del prezzo del pane, diventato quindi un oggetto tanto desiderato quanto contestato. Il lasso di tempo per il quale il capitolo si protrae è molto breve e parte dalla notte di sabato 11 novembre concludendosi durante la mattina del giorno del 12 novembre 1628. Sono giorni frenetici , questi,  a Milano, dove il potere della polizia, come spesso peraltro accade, gioca un ruolo di finto aiuto nei confronti del popolo, e Renzo piomba completamente dentro questa difficile situazione. Dopo una serata passata in una locanda all’insegna del bere, Renzo ubriaco, deriso e schernito dai presenti, viene accompagnato presso la sua stanza da letto da un oste disturbato dalla presenza di un uomo che lui stesso considera ignorante. Qui Manzoni ci descrive accuratamente la scena, soffermandosi a raccontarci sia quello che passa per la mente del nostro Renzo sia quello che passa per la mente dell’oste a cui viene assegnato il ruolo di infame aiutante. L’oste aiuta apparentemente Renzo nel levarsi i vestiti , ma in realtà tenta in tutti i modi di farsi comunicare il suo nome, così da poterlo riferire alla polizia. Renzo, ritornato quasi lucido di mente, comprende immediatamente il ruolo dell’oste e tenta di farlo sapere a tutti urlando :” Amici! L’oste è della …”. L’uomo, non molto contento di quanto stava Renzo per dichiarare, lo ammutolisce dicendo di aver affermato tutto ciò per “Celia”. Renzo non riesce nemmeno a controbattere codesta dichiarazione che cade, come in un film di Franck Miller, ubriaco nel letto. L’oste, intuito come il miglior uomo politico di oggi, il vantaggio della situazione, riprova nell’ardua impresa di farsi consegnare dal signor Tramaglino il tanto ricercato nome. Qui Manzoni, secondo me, vuole far riflettere il lettore poichè con questa scena ben congegnata fa capire che bisogna stare sempre attenti che chiunque può mutare improvvisamente ruolo. L’oste, compreso ormai che era più facile diventare il re di Milano che venire a conoscenza di quel nome, si mette a frugare nelle tasche del giovane, trovandovi dei soldi. Non perde tempo e afferma subito: ” Saldate ora quel poco di conticino…”. Un Renzo cosciente avrebbe probabilmente detto: ” Hai capito quest’oste!”, ma poichè il protagonista desiderava solo chiudere gli occhi e sognare la sua Lucia, si limita ad un ” Quest’ è giusto”. L’oste, dopo aver messo a letto l’ubriaco, si ferma ad osservarlo sfoggiando per lui gli insulti più azzeccati del momento come ” Pezzo d’asino” o “Bestia”. Uscito dalla stanza,  decide di andare al palazzo di giustizia a riferire l’arrivo di questo curioso personaggio. Va a informare della sua uscita l’ostessa, facendole le dovute raccomandazioni per far svolgere tutto normalmente all’interno della locanda. Manzoni, col descrivere dei compiti, fa comprendere molto bene al lettore che mentalità sfoggiano gli uomini di quell’epoca e secondo me rivela anche delle preoccupazioni che possono risultare familiari  anche per noi, come non farsi ingannare da chi beve o non farsi fraintendere per quel che si dice. Durante tutto il tragitto, l’oste non si dà  pace e continua a maledire il fatto che uno come Renzo abbia varcato la soglia della sua locanda; tuttavia  Manzoni non gli fa dire parole a caso , bensì parole ben studiate che esprimono in maniera vistosa la sua personalità esperta, prudente e molto abile. Per strada l’uomo incontra delle pattuglie di soldati, un chiaro riferimento dello scrittore alla totale repressione da sempre messa in atto dai più potenti rispetto al popolo così da farlo acquietare e ammutolire, continuando a coltivare i propri loschi interessi. Giunto a palazzo l’oste comincia la sua deposizione e sarà una grande sorpresa per lui sapere che loro sanno già tutto, persino il nome. Anche adesso Manzoni ritorna ad essere super attuale: infatti fa intendere che le autorità dell’epoca devono sembrare efficienti nel trovare i colpevoli di una rivolta catturando qualcuno anche se non è colpevole. Il confronto all’interno del palazzo di giustizia è tenuto tra l’oste e un personaggio che Manzoni definisce ” Un notaio criminale”, ribadendo la sua tesi di una realtà falsificata e molto lontana dalla democrazia. Il ritmo nell’incontro è incalzante. Il notaio riesce abilmente ad attaccarsi a qualsiasi parola pronunciata dall’uomo che ha di fronte per formulare nuove domande, fino a dargli la sola raccomandazione di non permettere a Renzo di lasciare la locanda. Anche qui Manzoni dà  un ulteriore esempio di mediocrità della figura dell’oste, il quale si interessa solo dei suoi affari non preoccupandosi di nessuno, e tentando di non avere nessun tipo di problema reale con le forze autoritarie. Il dialogo raggiunge il suo epilogo quando l’oste dice: ” Spero che l’illustrissimo signor capitano saprà che sono venuto a fare il mio dovere”. La frase detta attualmente farebbe indubbiamente riflettere, ma lo scrittore è stato chiaro: questa è la mentalità a cui tutti devono soggiogare e da questa mentalità non si scappa. La deposizione dell’oste era terminata, il sonno dell’incauto Renzo ancora no e dopo ben sette ore lo troviamo ancora attorcigliato nel letto in preda all’ incoscienza più totale.

Questo suo fantastico momento di riposo viene interrotto bruscamente da un :” Lorenzo Tramaglino!”. Il povero ragazzo, quasi come quando un professore ti chiama a gran voce e tu stai in uno stato simile al coma, ritirò le braccia e aprì a stento gli occhi. Davanti a sé vide un uomo vestito tutto di nero e due uomini armati. No, non era possibile tutto ciò…sarà sicuramente un sogno, un brutto sogno. Avrei voluto essere spettatore di questa scena, ma ahimè purtroppo(o meglio, per fortuna ) il Seicento è lontano  e mi posso solo gustare la ricca ed efficiente narrazione di Manzoni , nonostante il capitolo non sia proprio di facile comprensione. L’uomo vestito di nero è in realtà il notaio, che vista la reazione del suo fantomatico colpevole, riesclama :” Lorenzo Tramaglino”. A questo punto l’assonnato Renzo comprende che non si tratta di un sogno e chiede spiegazioni. Gli sbirri (Così li definisce il saggio Manzoni) non vogliono perdite di tempo ed ordinano al ragazzo di vestirsi al più presto. Come giusto che sia, il ragazzo richiede spiegazioni e come pronta risposta viene aggredito dai due sbirri. Non so quanto possa far piacere a Manzoni rilevare che a distanza di tempo quello che lui denuncia non è cambiato affatto, ma vabbè questi sono dettagli, e i due galantuomini si sono comunque arrestati quando Renzo ha proferito di sapersi vestire da solo. Attenzione, mai sottovalutare Manzoni , che dopo tutto ciò scrive:”Mi vesto” rispose Renzo e andava raccogliendo qua e là i panni come gli avanzi d’un naufrago sul lido. Se c’è una cosa che al nostro narratore proprio non manca, quella è l’ironia, la capacità di giocare coi problemi che quotidianamente possono affliggere lui come i suoi lettori; e in una situazione disperata lui la tira fuori potentissima: ci descrive in maniera ironica i risultati di questa folle operazione di cattura. Il ragazzo, intento a vestirsi, passò a rassegna la giornata passata riuscendo a collegare insieme le varie fasi. Il notaio è nervoso perchè la situazione fuori è incandescente, anche il povero Renzo comprende lo stato d’animo di chi ha di fronte, che con fare da vero ipocrita lo etichetta come un bravo” Figliuolo”. Renzo però è cresciuto, ha imparato la lezione che gli si è scatenata addosso senza nessun preavviso. Manzoni sottolinea questo, sottolinea che anche un personaggio non colto come lui può venire a capo della falsità della realtà che lo circonda: la sua maturazione avviene con l’uso del climax ascendente. Così tenta di giocarsi una carta favorevole, chiede di poter passare per piazza Duomo dove la folla è radunata. Qui entra veramente in gioco l’abilità di Manzoni che non si accontenta di una scena dal clima potente, vuole qualcosa in più, vuole creare suspense. Così interrompe la narrazione intersecandola con i commenti provenienti o dai pensieri o dai dialoghi di Renzo e del notaio impegnato a far rispettare “La legge”. Arriva il colpo di scena, Renzo viene ingannato ed ammanettato, la situazione si surriscalda. La storia però viene nuovamente bloccata, Manzoni ricrea suspense sfruttando una metalessi narrativa nella quale esprime che lui come persona preferisce la chiarezza realistica piuttosto che la gravità che si distacca dalla verità storica. Manzoni, dopo averci tenuto col fiato in gola con le sue teorie, riprende a raccontare di un Renzo che gridava e di un notaio che aveva una risposta buona per ogni fatto. Manzoni paragona il protagonista ad un cavallo bizzarro che si sente il labbro stretto tra le morse.

Si aprono scommesse: ce la farà il promesso marito di Lucia a sfuggire a questa terribile situazione?. I signori escono per strada, Manzoni ci riporta ad una scena quasi da romanzo poliziesco in cui Renzo è l’eroe protagonista che deve saper sfruttare il momento adatto per fuggire. L’ironia massacra il notaio e gli sbirri, prontissimi nel far partire queste operazioni ma talmente stolti da doversi consultare sempre con gli occhi arrivando a conclusioni errate. Il tempo passa al presente e le frasi si fanno brevi, tutti elementi che facilitano la velocità dando un ritmo d’affanno alla narrazione. Man mano che i personaggi si muovono per le strade frizzanti di Milano, la narrazione si va a rallentare favorendo l’uso di alcuni imperfetti come “bisbigliava”, “consultava” o “metteva”. Arriva il momento tanto atteso: questi due soggetti nel bel mezzo della folla strattonano il ragazzo che si mette ad urlare :”Aiuto aiuto” attirando su di sé gli sguardi dei passanti. Il notaio giustifica il tutto dicendo :” E’un malvivente, lasciate passare la giustizia”. Ma il ragazzo ormai è diventato più scaltro di colui che per tutto il tragitto si era definito immensamente furbo. Gridò così:” Mi mettono in prigione solo perchè ieri ho affermato pane e giustizia uguale per tutti”. Un vistoso mormorio si schiera dalla sua parte. Qua Manzoni si prende il lusso di insegnarci qualcosa, ma lo fa con rispetto, con garbo e senza schiacciare la forza della scena da lui stesso scritta. “Gli sbirri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano gli stanti di andarsene, ma la folla non ci sta”. Questa frase devo dire mi ha colpito molto, sia perchè è stata posizionata in maniera perfetta dallo scrittore, sia perchè la reputo perfettamente idonea a rappresentare  la realtà. Gli sbirri lasciano perdere il ragazzo solo per uscire da quella folla tanto arrabbiata, desiderava lo stesso anche il notaio che bramava di fuggire “Come una pagliuncola nel ghiaccio”( in pratica, per chi ha poca fantasia, come un oggetto insignificante). S’imbattè in un signore che lo guardò nel viso e dopo averlo contemplato dichiarò: ” Un corvaccio!”. Nonostante lo spiacevole episodio, nel giro di poco il notaio si trovò fuori da quella calca, l’unica cosa che veramente gli interessava.

Devo dire di essere davvero soddisfatto di aver scritto l’articolo di questo capitolo, così ne ho potuto assaporare tutte le sottigliezze; ed invito a riflettere molto su quanto Manzoni ci vuole comunicare, perchè credo sia molto utile per capire vari aspetti di quello che ci succede attualmente.

 

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