CAPITOLO XX

Il capitolo XX si apre con una dettagliata descrizione del castello dell’Innominato. Si trova sulla cima di una collina tra Milano e Bergamo. A valle c’è un piccolo paese che il signore domina dall’alto, rimarcando così il suo potere. Da lì lui può controllare l’intera valle e chiunque provi ad avvicinarsi al suo palazzo, poiché per raggiungerlo si deve prendere una faticosa strada, tale che nessuno può percorrerla senza essere visto. Inoltre, Manzoni precisa che non è permesso a nessuno, che non sia amico o conoscente dell’Innominato, di avvicinarsi al suo castello. Anche le forze dell’ordine ne hanno timore, da quando hanno saputo che coloro che hanno percorso  quella strada non sono più tornati indietro.

L’autore però non ci dà nessuna notizia sulla reale identità dell’Innominato, ma ci fornisce una descrizione sociale, psicologica e fisica, di un uomo autoritario e arrogante, convinto che nessuno possa essere più potente di lui.

È proprio dall’Innominato che si sta recando Don Rodrigo accompagnato dal Griso. Una volta giunti ai piedi della valle, prima di intraprendere il difficile sentiero verso il castello, arrivano all’osteria ‘’Malanotte’’, luogo dove avviene il primo controllo da parte degli uomini al servizio del criminale per controllare chi si avvicina.

Subito uno di loro, dopo aver visto i due arrivare, va a chiamare tre bravi. Un tale si affaccia, riconosce Don Rodrigo che, dopo averlo salutato, gli chiede se il suo padrone si trova al castello. Il bravo risponde di si, quindi Don Rodrigo e il Griso posano le armi (nessuno può raggiungere il castello armato) e iniziano il loro cammino nel quale incontrano altri bravi che li accompagnano dal padrone di casa. Una volta arrivati, il Griso aspetta Don Rodrigo alla porta mentre lui si avvia all’interno. Qui Manzoni ci descrive l’interno del castello: i corridoi sono bui, ogni stanza è controllata da bravi e alle pareti sono appese molte armi.

Don Rodrigo viene guidato in una sala dove aspetta il Conte del Sagrato (nome dato al personaggio in “Fermo e Lucia”), che non tarda ad arrivare. Quest’ultimo gli va incontro e lo saluta ma, nonostante i numerosi controlli fatti già dai suoi bravi, gli controlla sia le mani che il viso, per vedere se ha qualche arma in mano o qualcosa da nascondere.

Ancora una volta Manzoni, attraverso gli atteggiamenti dell’Innominato, ci fa capire la sua personalità. Con questi piccoli controlli infatti capiamo che, a causa del suo passato, essere così attento a queste cose, pensare sempre che qualcuno nasconda qualcosa, non fidarsi mai del prossimo è diventata ormai un’abitudine.

Prima dell’inizio del colloquio tra i due, Manzoni ci descrive fisicamente il personaggio: egli è un uomo alto, calvo, con i pochi capelli rimanenti bianchi, il volto con molte rughe, segni del suo passato e delle sue esperienze, che mostrano i suoi 60 anni.

La loro conversazione inizia con la richiesta di aiuto di Don Rodrigo per rapire Lucia, descrivendo l’impresa molto ardua, anche per giustificarsi del suo precedente tentativo fallito. Inoltre, gli dice che la giovane si trova nel convento di Monza sotto protezione di Gertrude. Il manigoldo , essendo amico di Egidio (criminale e amante della monaca), accetta senza pensarci due volte e congeda velocemente Don Rodrigo. Appena rimasto solo però, si sente indispettito, se non addirittura pentito, di aver accettato.

Già da un po’, infatti, l’Innominato è preso da una crisi interiore per il peso dei suoi delitti passati, che però era riuscito fino ad ora a soffocare. Questi rimorsi  gli tornano in mente ed è angosciato dal pensiero della morte, contro la quale non potrà né combattere né fuggire, facendogli nascere il timore di un giudizio individuale di quel Dio di cui lui ha sempre ignorato l’esistenza. Egli non ha mai rivelato questi pensieri a nessuno, provando anche a nasconderli mentendo a se stesso, ma proprio ora è tentato di rinunciare all’impegno preso con Don Rodrigo. Questo pensiero purtroppo dura poco: infatti, chiama subito il Nibbio, suo attendente, mandandolo a Monza per chiedere la complicità di Egidio. Il Nibbio poco dopo gli riferirà che questi ha accettato l’incarico, chiedendo soltanto che gli venga mandata una carrozza e due bravi, perché al resto penserà lui.

Egidio spiega a Gertrude il piano che deve attuare, chiedendole complicità. All’inizio, la monaca si oppone e prova a sottrarsi alla richiesta, perché le dispiace separarsi da Lucia. Tra loro si è instaurato un rapporto confidenziale e di affetto: il pensiero di farle una simile cattiveria la fa soffrire; ma alla fine accetta, sia per non rinnegare l’amore che prova per Egidio, sia perché, come ben sappiamo, non possiede una grande forza di volontà. Come da copione, Gertrude chiede un favore a Lucia: andare a chiamare il padre guardiano (così da farla allontanare dal convento e permettere il rapimento). La timorosa giovane si sottrae alla richiesta, ma la monaca, fingendosi indispettita e dispiaciuta, riesce a convincerla. Le raccomanda di non farsi vedere dalla fattoressa e, in caso, di dirle che sta andando in una chiesa. Lucia si avvia, ma all’improvviso viene richiamata da Gertrude, presa da un ripensamento per cui vorrebbe lasciare al sicuro la giovane. La monaca però non riesce a concretizzare i suoi desideri e cosi, quando Lucia torna da lei, le ripete le raccomandazioni fatte precedentemente.

La giovane esce dal convento passando inosservata e arriva sulla strada principale dove, poco più avanti, vede una carrozza ferma con due uomini accanto. Uno dei due finge di chiederle delle informazioni e, mentre gli risponde, Lucia viene afferrata per la vita da un altro uomo (il Nibbio) e messa a forza nella carrozza mentre  urla disperatamente. Nella carrozza uno di questi uomini le mette un fazzoletto in bocca in modo da non farla né parlare né urlare. Durante il viaggio la ragazza, spaventata dai volti cattivi degli uomini, prova più volte a lanciarsi giù dalla carrozza, ma i bravi la trattengono con forza e le spingono sempre di più il fazzoletto in bocca per zittirla. I tre uomini cercano di tranquillizzarla dicendo che non le vogliono fare del male; ma Lucia, pochi istanti dopo, a causa dell’ agitazione e del terrore, perde i sensi. Uno dei bravi pensa che sia morta, ma un altro lo contraddice dicendo che secondo lui si tratta di un semplice svenimento. Il Nibbio allora gli ordina di prendere i fucili e di non farli vedere alla giovane per evitare di spaventarla ancora di più, dicendogli che quando si risveglierà sarà lui a parlarle e a farla stare calma. Quando Lucia si riprende prova subito a lanciarsi di nuovo verso lo sportello urlando: allora il Nibbio la minaccia dicendole che se continuerà ancora a urlare le rimetterà il fazzoletto. Egli poi prova a calmarla parlandole pacatamente, ma i suoi tentativi sono inutili. Infatti Lucia li prega di lasciarla andare, ma il Nibbio le spiega che sta eseguendo ordini ricevuti da un uomo di cui non può rivelare il nome. Allora la giovane, sempre più disperata, inizia a pregare Dio, alternando con altre preghiere ai bravi e ripetuti svenimenti nel lungo viaggio che dura circa 4 ore.

Nel frattempo l’Innominato aspetta con ansia l’arrivo della carrozza osservando dalla finestra del castello l’arrivo del mezzo che si avvicina lentamente. Per ingannare l’attesa convoca una vecchia serva che abita al palazzo da quando è nata e la incarica di accudire e confortare Lucia una volta arrivata a palazzo, senza però rivelare il suo nome. La vecchia non sa cosa poterle dire e come darle coraggio, allora l’Innominato le consiglia di dirle quello che lei, se fosse in quella situazione, si vorrebbe sentir dire.

Così si chiude il capitolo XX, con la disperazione e la paura di Lucia, che non sa né cosa vogliono da lei né il perché, con la figura dell’Innominato che è nel mezzo di una crisi interiore ancora non risolta.

 

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