CAPITOLO XXXIV “La decadenza di Milano”

IL  capitolo si apre con una breve considerazione di Manzoni riguardo la città di Milano, una città abbandonata al suo destino. Successivamente ritroviamo il nostro Renzo che è diretto a Milano per cercare la casa di Don Ferrante, dove è tenuta Lucia. Arrivato alle mura della città, riesce a superare le due guardie e proseguendo lungo il Naviglio s’ imbatte in un uomo. Intento a chiedere informazioni riguardo la direzione da seguire, Renzo si avvicina all’ uomo togliendosi il cappello, ma quello gli punta addosso un bastone di ferro affilato intimandogli di non avvicinarsi. L’ uomo poi se ne va e Manzoni narra che egli aveva poi raccontato di essere scappato ad un untore (Renzo). In quest’ uomo possiamo identificare la maggior parte dei cittadini di Milano non contagiati durante quel periodo , diffidenti verso gli altri e convinti dell’ esistenza degli untori, figure losche che, secondo alcuni, spargevano malattie di proposito. Renzo, proseguendo verso la strada di san Marco, incontra poi una madre circondata da fanciulli, chiusa in casa e abbandonata, che chiede a Renzo di dire a un commissario che lei si trova ancora là. Questo fatto è la prova che la solidarietà è ormai scomparsa, ognuno pensa solo a se stesso.

Proseguendo arriva in piazza san Marco dove lo colpisce la presenza di una macchina da tortura, usata appunto per torturare fino alla morte le persone  ritenute colpevoli di qualche crimine ; qui Manzoni sottintende la sua totale disapprovazione per la pena di morte, ritenendola un rimedio inefficace e d offensivo. Potremmo quindi dire che Manzoni si rivede in suo nonno Cesare Beccaria e nel suo saggio “Dei delitti e delle pene”.  Questo saggio è uno dei più importanti dell’ Illuminismo italiano, infatti in esso  viene criticato l’ uso fino ad allora lecito nei processi, della tortura come mezzo per ottenere la confessione da parte di un colpevoli. Beccaria_-_Dei_delitti_e_delle_pene,_1780.djvu.jpg

In questo scenario manzoniano vediamo gli effetti della peste che hanno provocato morti e morti, che vengono trasportati  su enormi carri trainati a fatica  da cavalli. la Provvidenza (a cui Renzo si era già rivolto innumerevoli volte) gli concede un altro aiuto e lo fa incontrare con un prete che, pur con atteggiamento di diffidenza , gli indica la strada da percorrere. Il giovane però incomincia a preoccuparsi e ad interrogarsi sulla sorte di Lucia. Egli passa allora per il quartiere più disastrato, il “carrobio”, dove assiste allo scenario più tragico. Fanno da sfondo case marchiate ad indicare la presenza di cadaveri e strade piene di corpi senza vita e vestiti; addirittura, dice Manzoni, gente con barbe lunghe poiché un barbiere era stato arrestato in quanto ritenuto un untore.

Questo fatto mette in risalto come la gente fosse facilmente condizionabile e manipolabile. Renzo, proseguendo, assiste ad un episodio commovente: una madre che consegna la propria figlia, Cecilia, defunta e ben vestita a un monatto. Questa è caricata sul carro e la madre ritorna indietro ad aspettare la morte. Renzo dopo aver assistito alla scena si rimette in cammino e giunge finalmente a casa di don Ferrante. Bussa chiedendo informazioni riguardo  Lucia, ma viene congedato e gli viene detto che lei si trova nel Lazzaretto.

IL carattere ansioso di Renzo viene fuori e riprende a preoccuparsi della sorte di Lucia. Poco dopo però viene accusato da una signora di essere un untore ed è costretto a scappare. Riesce a salire su un carro vuoto condotto da alcuni monatti. Essi sono descritti come persone schive, quasi prive di sentimenti, che si prendono gioco dei malati e dello stesso Renzo, scherzando e ringraziando l’ arrivo della peste. Questo fatto mi ha ricordato molto i due ingegneri che, in seguito al terremoto dell’ Aquila, ridevano e scherzavano sull’ accaduto, pensando al guadagno che avrebbero ottenuto con le ricostruzioni.
Renzo ,sceso dal carro, giunge al Lazzaretto. Qui si trovano i malati di peste e i pazzi, letteralmente abbandonati al proprio destino; e Renzo, colpito da tutto ciò, prosegue e  si rifugia sotto un portico. Possiamo anche dire che questo capitolo è l’ ennesima critica verso la dominazione spagnola (e anche austriaca contemporanea del l’autore)  che sfruttava l’ Italia come risorsa economica , ma che nel momento del bisogno non se ne curava e la abbandonava al suo destino.

 

 

 

 

 

 

 

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